Il mobile italiano nell’Ottocento

La cultura artistica ottocentesca appare imperniata sulla relazione dialettica tra due concetti che animano due grandi fasi della storia dell’arte: il “classico” e il “romanico”. Il primo è legato al mondo dell’arte greco-romano ed alla sua rinascita nell’umanesimo del XV e XVI secolo; il secondo si rifà all’arte cristiana del Medioevo ed al Gotico in particolare. E’ proprio ai primi dell’Ottocento che si ha un’enorme espansione e modificazione strutturale dell’Accademia; in essa, infatti, la produzione commerciale corrispondente alla scuola manuale per artigiani coesiste con corsi superiori per artisti. L’attività prima dell’artista o dell’artigiano neoclassico è quella del progettare: l’esecuzione, quindi, non è altro che la traduzione del progetto attraverso determinati strumenti operativi. Tutta l’arte neoclassica è un’arte meticolosamente progettata, basti pensare alle sculture che Antonio Canova progettava per farle poi realizzare dai “tecnici”, spesso in numero maggiore di una. In questo modo si argina l’impulso geniale della prima invenzione, tipico della virtuosa tecnica barocca, per raggiungere un’esecuzione cosciente dell’opera e della sua funzione civile. Nasce così una possibilità di raccordo tra ideazione dell’artista e nascente tecnologia industriale. Ad esempio nel rococò le linee voluttuose e capricciose, le forme ben tornite, gli intagli, i bassorilievi e le infinite decorazioni sono opera di vari artigiani, dai falegnami agli stuccatori ai ricamatori, dagli intagliatori ai tappezzieri, la cui esecuzione più o meno capace sottolinea la qualità artistica dell’oggetto grazie alla fusione dell’esperienza tecnica e dell’estro creativo.