Mag 25

Il restauro di un cassettone Luigi XVI

Vogliamo commentare un restauro che abbiamo terminato di recente, in quanto il risultato finale è stato particolarmente soddisfacente: si tratta di un cassettone Luigi XVI dalle dimensioni contenute e dalle ottime proporzioni, eseguito in legni vari alla fine del diciottesimo secolo tra la Liguria ed il Piemonte; questi era da tempo privo di manutenzione e l’incuria era manifesta in un distaccamento generale della lastronatura e nella necessità di revisione della falegnameria stessa del mobile. Pertanto si è provveduto a consolidare gli incastri principali del telaio, nel rivedere i pattini dei cassetti, nel riavvicinare le tavole in abete dei fondi ed integrarle con inserti di listelli del medesimo legno.

Fatto questo abbiamo affrontato il lavoro più lungo ed impegnativo ovvero il consolidamento della lastronatura. Questa operazione si effettua controllando ogni centimetro del mobile, osservando bene che le lastre siano ben attaccate alla struttura sottostante; per far questo ci si aiuta “picchiettando”  i legni con un ferro ed intervenendo al suono “sordo” dello stesso. In tal caso con un bisturi si cerca di sollevare (senza rompere) la lastra,  si puliscono le superfici dai vecchi residui di colla e di sporco e con colla d’osso si riposiziona esattamente nella stessa posizione schiacciandola con il martello.

A questo punto ci siamo occupati solamente dell’estetica del mobile; eseguite le integrazioni dei pezzi mancanti con delle essenze coerenti, abbiamo dato la prima stuccatura con degli impasti di gessi di Bologna e Caolino emulsionati con colla di coniglio e pigmenti. La colorazione degli stucchi è fondamentale nel restauro di un cassettone realizzato con più essenze: bisogna avere la pazienza di intonare il colore dello stucco con quello della venatura che dobbiamo integrare. Un’ottima esecuzione di questa fase contribuirà al successo del lavoro. La conseguente levigatura degli stucchi è una fase alquanto delicata poiché bisogna cercare di portare via il gesso in eccesso senza segnare eccessivamente le superfici circostanti.

La prima “ingrassata” è stata data a tampone con gomma lacca densa; le venature dei legni sono state ben riempite dopo di chè il mobile è stato a riposo per qualche giorno per consentire alla gomma lacca di ritirarsi.

A questo punto si comincia a vedere il primo risultato; i legnami prendono il loro colore e siamo in grado di vedere gli eventuali difetti da ovviare con ulteriori stuccature e ritocchi all’anilina; il continuo susseguirsi di lucidatura e stuccatura nel corso di vari giorni ci porta ad una finitura accettabile del mobile. A questo punto il mobile ben lucidato deve affrontare un periodo di riposo più lungo in un microclima il più possibile simile a quello della sua destinazione finale. La gomma lacca deve ritirarsi ed assestarsi; nel nostro caso abbiamo atteso per una ventina di giorni dopo di che abbiamo proceduto alla finitura “al mazzo bianco” che significa di diluire sempre di più il tampone sino a schiarirlo (appunto mazzo bianco) e tamponare solamente con alcool.

Il piano del mobile è in pietra ammonitica bianca, denunciava un vecchio restauro ed è stato ripulito con degli impacchi di acqua ossigenata, poi stuccato in piccole sbeccature con mastice per marmi colorato con pigmenti, e quindi lucidato a mano con carta abrasiva fine telata ed acqua. La ceratura finale ha contribuito a ridargli lo splendore originale.

Siamo particolarmente fieri di questo restauro perché il risultato finale è stato strabiliante!

Mag 22

Trompe l’oeil

Trompe l’oeil letteralmente significa “inganna l’occhio”; è un genere di pittura volto a rappresentare la realtà materiale in modo tale da suscitare l’illusione della tridimensionalità e, quindi, della consistenza delle immagini rappresentate: trova il suo specifico campo nella natura morta (quando si vogliano fingere armadi o custodie aperte nella parete, mostrando anche con cura meticolosa il loro contenuto), ma si estende agli artifici prospettici con cui pittori e architetti amplificano illusoriamente lo spazio interno di un ambiente; se ne hanno esempi nell’arte romana, nel rinascimento, nell’arte barocca e, in qualche misura, nell’arte contemporanea.

Presentiamo sei trompe l’oeil, deliziosi quadretti nei quali vengono affiancati ritagli di lettere o di appunti di manoscritti accostati a disegni ad inchiostro e pitture di oggetti simbolici quali le lunette, il compasso, le chiavi. Il gioco della citazione simbolica vede negli occhiali il mezzo per penetrare intensamente la realtà laddove il pittore inventa magari delle finte lacerazioni nei fogli, piuttosto che nel compasso quale rimando alle misurazioni scientifiche antitetiche rispetto alla realtà illusoria: le chiavi come strumento di accesso tra i due universi, quello accademico scientifico e quello artistico illusorio. Questi dipinti forse sono il frutto di un gioco piò che di un genere pittorico.

Mag 18

Come sgomberare un appartamento

Quella che può sembrare un’operazione apparentemente facile a volte può risultare particolarmente complessa.

Se infatti conosciamo perfettamente gli arredi e le suppellettili della nostra casa paterna può non essere familiare la casa di un parente di secondo grado o altro. In questi casi dovendo sgomberare velocemente un appartamento ci si rivolge ad un nominativo presente sugli annunci locali o in internet; solitamente sono rigattieri o ditte di traslochi che vengono ricompensati dal loro lavoro in parte dal corrispettivo ricevuto dal cliente ed in parte dal commercio degli elementi d’arredo sgomberati.

Senza arrivare all’eccesso di una tela del Caravaggio ritrovata in una soffitta a Tolosa nel 2016, può capitare di poter realizzare dei danari dalla vendita di qualche arredo al quale magari non davamo nessuna importanza; un vecchio quadro, un lampadario, un orologio possono rivelarsi fonti di guadagni inaspettati.

Ecco allora che il consiglio è quello di rivolgersi ad un antiquario esperto che possa consigliarvi sulla procedura di sgombero corretta, individuando correttamente gli eventuali oggetti di valore e consigliandovi la strada più remunerativa per la loro alienazione.

Mag 15

Renato Borsato

Renato Borsato (1927-2013), pittore che si afferma tra i migliori giovani del dopo guerra italiani, attira l’attenzione sia della critica che del pubblico anche come vincitore dei numerosi premi di pittura. Ha viaggiato dipingendo in molti luoghi, come in Francia, Svizzera, Austria, Inghilterra. Dal 1950 partecipa a esposizioni provinciali, regionali, nazionali e internazionali. Nel 1953 lavora per diversi mesi a Parigi e, nello stesso anno, gli viene assegnato un premio di II grado per un paesaggio bretone alla III edizione del Premio Burano. Partecipa alla XXVII Biennale internazionale d’arte di Venezia nel 1954, l’anno seguente vince una borsa di studio dal governo francese e viene anche invitato alla VII quadriennale romana. Nel 1956 espone alla XXVIII Biennale internazionale d’arte di Venezia con tre dipinti ottenendo come riconoscimento ufficiale un acquisto dal Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi ed uno dalla Galleria d’Arte Moderna di Roma. Questo personaggio nel dopo guerra diventa proprio riconosciuto tra innumerevoli premi ricevuti, personali, riconoscimenti, interviste dalla radiotelevisione francese, partecipazione per numerosi anni della Giuria alla Collettive Opera Bevilacqua la Masa, curato allestimenti scenici per il teatro Ca’ Foscari e teatro La Fenice di Venezia. Renato Borsato si può definire dal carattere ribelle e appassionato dei colori e della sua città; artista eclettico, inventore di un genere molto particolare, rappresentando donnine, fiori, paesaggi veneziani.

Come esempio dei suoi dipinti possiamo riportare una sua opera che abbiamo in galleria, realizzata nel 1960, di una giovane signora seduta all’aperto su una sedia vicino ad un arbusto in ambito urbano, dove l’idea del costruito è cupa, accennata sullo sfondo da macchie scure con camini. Da questo sfondo opprimente e quasi inquietante di periferia industriale, emerge la figura rasserenante e composta di questa donna seduta, con le mani in grembo.

Mag 12

Antiquari a Milano: Fabrizio Pedrazzini

Continuiamo con il ciclo di interviste ad antiquari milanesi andando a trovare, nella sua galleria, un noto antiquario, nonché Presidente della FIMA, Fabrizio Pedrazzini. Nato a Bellano (Lecco), coltiva da sempre la passione per l’arte che lo porta a scegliere gli studi di architettura presso il Politecnico di Milano. Inizia l’attività lavorativa nel mondo dell’antiquariato nel 1987 e dal 1993 al 2008 è attivo presso la “Quadreria dell’800″. Nel 2012 apre l'”Art Studio Pedrazzini”, galleria specializzata nei dipinti dell’Ottocento e del primo Novecento italiano. Inoltre nel 2016 viene eletto Presidente della Fima (Federazione Italiana Mercanti d’Arte). Accanto all’attività di mercante d’arte, Pedrazzini è conosciuto ed apprezzato anche per le sue conoscenze specialistiche; numerose sono le sue pubblicazioni campo artistico (a partire dai primi Anni Novanta).

Quando ha cominciato ad interessarsi a questa attività? Sin da bambino ero immerso in questo ambiente, ma i miei genitori facevano un mestiere leggermente diverso dal mio perché trattavano opere di arte contemporanea, avevano dei pittori che lavoravano per loro, e così mi hanno trasmesso il loro amore per l’arte. Infatti già da giovane ho cominciato ad occuparmi dell’antiquariato in generale, poi ho preferito la ramificazione della pittura e in particolare l’Ottocento lombardo e italiano.

Il suo lavoro com’è cambiato oggi rispetto ad allora? E’ cambiato tantissimo perché allora vi era molta clientela e l’antiquariato, a mio parere, era visto in una maniera completamene diversa rispetto ad oggi, un po’ per questioni di gusti o moda. Di clienti nuovi ce ne sono proprio pochi, la maggioranza sono quelli conosciuti anni fa, che però con il tempo scemano sempre più, e spero che ritorni il “gusto” di una volta, così come le mode vanno e vengono.

Oggi in che cosa consiste il suo mestiere? E’ principalmente rimasto lo stesso, con la differenza che nell’ultimo periodo sto più attento all’acquisto perché è sempre più dubbia l’originalità; ora come ora acquisto per un piacere puramente personale, per un emozione che mi trasmette l’opera, e tenendola in studio spesso me ne innamoro e “mi dispiace” lasciarla, venderla.

In base alle sue esperienze quali consigli darebbe oggi ad un novizio? Sicuramente di mettersi a studiare per capire cos’è giusto o meno comprare e soprattutto per capire l’opera, altrimenti di rivolgersi a delle persone competenti che lo aiutino a seguire l’indirizzo e la passione che ha, perché il mestiere dell’antiquario è basato sull’amore che si ha per l’arte.

C’è un’opera che non può dimenticare in questi anni di esperienza? Ce ne sono tante che non dimentico; ad esempio un quadro di Filippo Carcano (1840-1914), che ho tuttora, che ho visto per la prima volta in una collezione a Torino poco più che trentenne, me ne sono innamorato e ho dovuto prenderlo; infatti è protagonista di un catalogo “Allegria, Pescarenico nel lago di Lecco, 1880” che ho realizzato, proprio perché rappresenta e cogli l’essenza del mio territorio, e dei luoghi in cui ho sempre vissuto; per questo motivo ne sono molto affezionato. E un cliente da non dimenticare? Eh, sono molti anche loro, perché penso che buona parte dei clienti diventi, con il tempo, amica, una persona a cui dare consigli e poter parlare liberamente delle opere in questione.

Mentre, in quanto Presidente della FIMA, quali sono i suoi obbiettivi e qual’è il suo ruolo all’interno di questa? Una delle cose di cui si deve preoccupare la FIMA è il rapporto con i vari ministeri, coi carabinieri, con le varie Istituzioni, perché è un’unione di Associazioni di antiquari delle città italiane e dunque deve fare da referente. Ad esempio in questo periodo sta passando un disegno di legge che agevolerà i certificati per le esportazioni; con questo disegno di legge, per il quale stiamo “lottando” da anni, si otterrà già qualcosa. C’è da notare che la legislazione europea in confronto con quella italiana è parecchio diversa. Dunque in breve i compiti della FIMA sono quelli di tenere insieme la varie Associazioni e confrontarsi con le Istituzioni; gli obbiettivi, invece, sono quelli di dare più visibilità possibile al mondo antiquariato, dopo di che cercare di ottenere agevolazioni fiscali su restauri e su acquisti di opere d’arte.

Mag 08

Il concetto di originale nella cultura del restauro

Prima del restauro

Il restauro delle opere d’arte figurative è un’esigenza che nasce nel XVIII secolo, in epoca moderna. Prima il restauro come attività autonoma era una disciplina sconosciuta, perché i danni che si verificavano su un’opera d’arte venivano semplicemente eliminati sulla base di alcuni interventi chiari; dunque non esisteva la figura del restauratore con uno specifico corredo di nozioni o di possibilità tecniche, ma semplicemente quella dell’artista che interveniva su un’opera fatta da altri.

Inizia dunque alla fine del 1700 il dibattito intorno alla divaricazione che esiste ancora oggi tra quanti negano l’opportunità di qualsiasi

Dopo il restauro

manipolazione d’opera d’arte, indicando nel controllo dell’ambiente l’aspetto principale e quasi unico della conservazione delle testimonianze antiche, e quanti invece ritengono che il restauro “rispettoso” delle singole opere debba essere dato e il fatto più significativo e meglio rivelatore della qualità e del significato degli oggetti artistici nella loro stratificazione estetica e storica. Nel 1800 si approfondisce e diviene anche più contraddittoria l’esigenza di una considerazione assoluta dei valori estetici, sulla base di una presunzione oggi intollerabile per noi: quella di poter ripercorrere, davanti ad un’opera danneggiata o modificata nel corso della sua storia, la possibilità di un ripristino delle condizioni originarie, cancellando d’un colpo tutto ciò che le epoche successive hanno prodotto su di essa e quindi ipotizzando l’utilità e la possibilità di un rifacimento, non più autonomo stilisticamente, ma imitando, al limite del falso, le caratteristiche formali dell’opera frammentaria e comunque danneggiata.

Così si può affermare che la tradizione del restauro, di origine piuttosto recente, ha sempre oscillato tra rifacimenti e ripristini; voi cosa ne pensate? sarebbe meglio che un’opera d’arte danneggiata venisse restaurata mantenendo comunque la forma, il pensiero e lo stile originario, senza andare quindi ad aggiungere o togliere nulla, oppure cambiarla e modificarla secondo un proprio gusto personale? ad Isabella Danesini, responsabile del laboratorio di restauro dipinti di Ghilli Antichità, è capitato più volte, restaurando e pulendo quadri, di trovare elementi nascosti dalla patina o addirittura coperti da altri componenti pittorici, andando così a scoprire una nuova natura dell’opera.

Mag 04

Scatola da tè in tartaruga e madreperla

Come è risaputo, in Gran Bretagna “il tè del pomeriggio” è una vera tradizione. Si tratta di una consuetudine, che è stata istituita con la duchessa di Bedford nel XIX secolo; a quel tempo, il pranzo veniva fatto presto e la cena molto tardi, quindi la duchessa prese l’abitudine di prendere un tè nel pomeriggio, insieme a un pasto leggero. Iniziò invitando i suoi amici ad unirsi a lei avviando una moda per “l’afternoon tea” che riscosse un immediato successo. Dal momento della sua istituzione, l’afternoon tea ha dato origine allo sviluppo di utensili, dolci, regole di etichetta e perfino vestiti pensati ad hoc.

Grande impulso venne dato alla manifattura dei servizi da tè e degli accessori, dalle scatole in cui conservare le fragranti foglie, agli infusori, alle zuccheriere, alle lattiere, alle tazze da tè in porcellana finissima, alle belle teiere in argento… Esempio di raffinatezza e particolarità è questa scatola da tè, con coperchio dalla originale forma di urna, realizzata in tartaruga con fronte e impreziosito da un intarsio in madreperla con volute e motivi floreali. Al suo interno, sollevando il coperchio foderato in velluto color cipria, si trova un secondo coperchio con presa in avorio che cela due qualità di tè o per accogliere i piccoli contenitori da tè in argento, ceramica o vetro. Questa elegante tea cadde, complemento del servizio da tè inglese del XIX secolo di epoca regency risale al 1820 circa.